{"id":1817,"date":"2010-01-16T10:52:55","date_gmt":"2010-01-16T09:52:55","guid":{"rendered":"https:\/\/old.freimaurerei.ch\/?p=1817"},"modified":"2017-10-16T15:21:15","modified_gmt":"2017-10-16T13:21:15","slug":"il-diritto-alla-felicita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/old.freimaurerei.ch\/it\/il-diritto-alla-felicita\/","title":{"rendered":"Il diritto alla Felicit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><strong>La riflessione sulla felicit\u00e0 \u00e8 una componente diremmo strategica, di fondo, della tradizione filosofica occidentale. Fin dall\u2019antichit\u00e0 molti grandi uomini si sono interrogati sulla scelta del modello di vita da seguire per raggiungerla, su come organizzare la forma di Stato migliore, sulle premesse insomma spirituali e materiali, individuali e collettive, necessarie per ottenerla. Non sar\u00e0 inutile ricordare subito che una delle risposte pi\u00f9 antiche alla domanda di felicit\u00e0 dell\u2019uomo \u00e8 stato il consiglio di cercare di vivere in armonia con se stessi e con i propri simili, con la natura e l\u2019ambiente circostante.<\/strong><\/p>\n<p><em>G. C., Loggia \u00abVetulonia\u00bb GOI, Massa Marittima (Revista massonica svizzera gennaio 2010)<\/em><\/p>\n<p>Ha ancora un senso per noi oggi quella risposta antica? \u00c8 ancora possibile o utile per l\u2019uomo contemporaneo considerare fondamentale quella saggezza e quella virt\u00f9 che i filosofi greci ponevano in cima alla scala dei loro valori, identificandole con la felicit\u00e0? Gli ambiti esplorati dal pensiero filosofico sul tema della ricerca della felicit\u00e0 hanno compreso naturalmente nei secoli altri punti di vista e prospettive, estendendo questa ricerca ad ogni rapporto dell\u2019individuo: con se stesso, con i suoi simili, col senso della vita e il suo rapportarsi alla possibilit\u00e0 di \u201cuna via\u201d alla felicit\u00e0, che non per tutti era naturalmente la stessa e nello stesso modo raggiungibile. Nei percorsi mutevoli che segue oggi l\u2019immaginario collettivo della felicit\u00e0, uno degli elementi che viene forse a mancare \u00e8 quell\u2019uso del tempo per secoli considerato necessario a porre le basi di un meditato confronto personale con il problematicismo vitale, e insieme porre le basi di una razionale aspettativa di felicit\u00e0 \u201cpossibile\u201d per ognuno. Questo percorso mentale tradizionale \u00e8 stato ormai quasi completamente sostituito da un fragile involucro edonistico, in particolare alimentato da un indiscriminato incitamento al consumismo, nel quale la componente spettacolare della vita, il suo aspetto esteriore ed abbagliante, sovrasta ed impedisce, forse, anche un sereno esame interiore delle proprie aspettative e capacit\u00e0, come anche quello dei propri limiti; il porsi di fronte alla vita e in relazione agli eventi non come oggetto trascinato dalle mode ma come soggetto costituito e sorretto soprattutto da ideevalori costanti nel tempo.<\/p>\n<p><strong>Percorsi diversi<\/strong><\/p>\n<p>Molto dipende, in tema di felicit\u00e0, da quello che vogliamo, o meglio da quello che ciascuno considera equo ottenere dalla vita, e quindi pretende come diritto, sotto quei riguardi che siamo abituati a considerare come \u201cuno stato di felicit\u00e0\u201d, spesso coincidente con un quadro di certezze oggi venute meno. Ma, naturalmente, anche da queste apparentemente ovvie considerazioni nascono molteplici problemi che investono piani pi\u00f9 terreni e meno astratti della ricerca della felicit\u00e0, e che \u00e8 l\u2019ambito appunto del \u201cdiritto alla felicit\u00e0\u201d: \u00e8 facile, infatti, parlare di felicit\u00e0 a chi possiede almeno il minimo indispensabile per vivere; chi non lo possiede ha del concetto di felicit\u00e0 una visione assai meno astratta e molto pi\u00f9 limitata. Non parliamo poi di un diritto alla felicit\u00e0. Infatti, se la felicit\u00e0, in senso generale, si ottiene pi\u00f9 facilmente in un quadro economico, sociale e culturale migliore, allora questa ricerca \u00e8 un fattore anche politico, che pu\u00f2 presupporre una serie d\u2019elementi fondanti il cui obiettivo \u00e8 il raggiungimento appunto di quello che potremo chiamare \u201cdiritto alla felicit\u00e0\u201d. Facile capire come partendo da qui possano essere nate correnti di pensiero che hanno seguito e seguono percorsi diversi nella ricerca della felicit\u00e0. Dal materialismo all\u2019idealismo, alla new age, l\u2019analisi piena di sfaccettature della pi\u00f9 ambita condizione umana ha coinvolto grandi uomini e grandi speranze d\u2019ogni epoca. La storia della filosofia \u00e8 essenzialmente la storia della ricerca della felicit\u00e0 per l\u2019uomo. Ma c\u2019\u00e8 anche un altro aspetto non meno importante della questione: i modelli di riferimento e i confini di questo \u201cstato di felicit\u00e0\u201d, e dunque la sua possibilit\u00e0 di condizionamento da parte dell\u2019uomo animale politico, cambiano man mano che l\u2019educazione, la cultura, la societ\u00e0, la storia in una parola mutano; allo stesso modo con cui, col tempo e col mutare della societ\u00e0, cambiano i confini di quella che siamo abituati a chiamare \u201cmorale\u201d. C\u2019\u00e8 un ineludibile relativismo nella ricerca della felicit\u00e0, dovuto appunto al cambiamento dei confini dell\u2019idea di felicit\u00e0 nel tempo e nello spazio, nella politica e nella religione: perch\u00e9 la felicit\u00e0 di Platone e d\u2019Aristotele, d\u2019Epicuro e di Seneca, di Sant\u2019Agostino, Santa Caterina e San Bernardino, quella di Muratori e di Kant, di Bacone e Campanella, di Rousseau e Verri, di Russell e Wittgenstein, tanto per citare solo alcuni che si sono misurati col problema, e quella di ciascuno di noi, insomma, non \u00e8 la stessa. Ognuno ha avuto ed ha la sua idea di felicit\u00e0, e il modo, che oggi non tutti e non sempre approveremmo, per raggiungerla. Di fronte agli sforzi compiuti in ogni tempo per definire la felicit\u00e0 e i suoi presupposti, c\u2019\u00e8 pi\u00f9 di un motivo oggi per confrontarsi nuovamente con questa secolare riflessione, con in pi\u00f9 quello che appare come un concetto nuovo e passo successivo nella scala evolutiva dei bisogni umani: ossia appunto il diritto alla felicit\u00e0. \u00c8 un diritto, che una parte dell\u2019umanit\u00e0 creda di avere, ma non realizzato nemmeno dall\u201980% del genere umano. Perch\u00e9 non realizzato? Per ovvie disparit\u00e0 di condizioni di vita materiale; d\u2019arretratezza culturale e politica; d\u2019inaccessibilit\u00e0 al sapere, alle risorse naturali, alimentari, sanitarie. Condizioni, come si vede, in gran parte prettamente politiche, per non citare che gli aspetti pi\u00f9 evidenti e non esattamente pi\u00f9 \u201cinteriori\u201d, questi assai pi\u00f9 sottili e forse meno immediatamente condizionabili dall\u2019esterno, ma altrettanto importanti per la felicit\u00e0 \u201cprivata\u201d di ciascuno di noi. In queste condizioni obiettivamente negative per gran parte degli uomini d\u2019oggi, il terzo millennio si apre invece con scenari politici, economici, sociali, culturali completamente mutati rispetto al XX secolo, quello definito \u201cbreve\u201d dagli storici; un secolo che, nonostante la frequenza dei suoi drammatici avvenimenti, per la nuova complessit\u00e0 dei problemi affioranti sar\u00e0 forse domani definito lunghissimo in confronto all\u2019attuale. Non per raggiungere il diritto alla felicit\u00e0, ma anche solo per porne basi che siano generalmente concepite e condivise, sar\u00e0 probabilmente necessaria una riconsiderazione etica ed epistemologica dei ruoli e dei rapporti, dell\u2019uomo con gli uomini e della sua attivit\u00e0 con il mondo in cui vive. Serve, se mai \u00e8 veramente possibile, soprattutto un\u2019accelerazione etica della sua visione globale dell\u2019esistenza, per contrastare con risposte compatibilmente rapide fenomeni sconosciuti finora, nati con processi complessi quali la globalizzazione, l\u2019immigrazione su larga scala, le nuove malattie, l\u2019inquinamento, il disagio esistenziale figlio di una certa societ\u00e0 tecnologica e la perdita di riferimenti tradizionali, fenomeni ormai diffusi ovunque o almeno affioranti in vastissime aree del mondo.<\/p>\n<p><strong>Scienza, coscienza, educazione<\/strong><\/p>\n<p>Tutto questo diciamo senza naturalmente sollevare la discussione se l\u2019etica abbia o no la funzione solo di definire le regole entro cui agire o anche di indicare in che cosa consista effettivamente la felicit\u00e0 e ne sancisca le condizioni minime per un suo diritto irrinunciabile. Questo diciamo senza neanche entrare nel merito d\u2019argomenti di natura complessa posti al confine tra scienza e coscienza come la bioetica dove, se non vi saranno limiti eticamente condivisi, rester\u00e0 affidato ad un semplice giudizio sostanzialmente morale, quindi modificabile con il tempo, il compito improbo di sbarrare la strada a svolte epocali e gravide d\u2019incognite per l\u2019umanit\u00e0 intera. Se non vi sar\u00e0 questa riconsiderazione generale, comunque la si interpreti, che \u00e8 anzitutto, come si sforzava di sottolineare ad esempio Mazzini parlando della presa di coscienza della nazionalit\u00e0, un problema d\u2019educazione, quindi d\u2019istruzione, ma non solo (perch\u00e9 lo \u00e8 anche di natura economica: di ridistribuzione delle risorse e degli accessi al sapere in particolare, d\u2019effettiva compartecipazione alla vita democratica di un paese ad esempio) potrebbe verificarsi il caso (come lo fu l\u2019et\u00e0 dell\u2019oro per l\u2019illuminismo), in cui l\u2019era attuale venga ricordata in futuro, pur con tutti i drammatici limiti che si porta dietro, come l\u2019era della felicit\u00e0: basta poco in fondo, quando il presente appare gravido di pericoli, per idealizzare periodi relativamente pi\u00f9 tranquilli, o almeno senza quei pericoli incombenti. \u00c8 gi\u00e0 accaduto. Ora, con un occhio al passato dell\u2019uomo, ci permettiamo d\u2019essere scettici sulla sua possibilit\u00e0 di raggiungere traguardi quali la felicit\u00e0 universale, mentre non lo siamo invece affatto per la possibilit\u00e0 di una graduale presa di coscienza del diritto alla felicit\u00e0. Qui possiamo veramente fare qualcosa: perch\u00e9 le utopie come la felicit\u00e0 universale sono in realt\u00e0, come tante altre utopie del passato, il motore di quella storia dalla quale l\u2019uomo sembra non aver mai imparato niente, come dimostrano molti errori ripetuti, ma che lo spinge irresistibilmente ad un processo ascensionale che si concluder\u00e0, a nostro avviso, o con la sua distruzione o con la sua elevazione verso un concetto d\u2019umanit\u00e0 globale adeguato ai tempi e ai traguardi che gli si porranno sempre pi\u00f9 davanti. Speriamo nella seconda soluzione, naturalmente, se non altro per l\u2019istinto di conservazione della specie, ma non daremmo per scontato che le cose debbano andare cos\u00ec bene. Ricorderemo che ogni specie animale apparsa al mondo \u00e8 comunque vissuta un tempo limitato, e noi siamo solo un poco pi\u00f9 intelligenti delle altre: per questo forse potremmo durare di pi\u00f9, ma se non sapremo sfruttare quello che ci distingue veramente tra gli animali, ossia la coscienza di essere soprattutto ragione, le prospettive non saranno molto diverse da quelle che la natura ha predisposto per tutte le specie. Ammesso che le cose vadano bene, quali dunque dovrebbero essere le basi che potrebbero supportare concretamente quella presa di coscienza collettiva del diritto alla felicit\u00e0? Socialmente, potremmo intanto lavorare per sostenere e diffondere l\u2019elaborazione di nuove forme d\u2019organizzazione politica e sociale sopranazionali; saranno indispensabili per garantire o denunciare le mancanze di quei diritti minimi all\u2019esistenza dignitosa per tutti, costituenti un primo timido passaggio verso la meta finale.<\/p>\n<p><strong>Il terzo millennio<\/strong><\/p>\n<p>La capacit\u00e0 di cooperazione dell\u2019uomo come conseguenza del suo essere sociale potr\u00e0 essere messa a dura prova dagli immani problemi che sorgeranno in un prossimo futuro. La maggiore difficolt\u00e0 \u00e8 che tali problemi non sono definibili mediante le categorie storiche dell\u2019esperienza alle quali siamo abituati a ricorrere analogicamente, in presenza di cesure epocali \u201cricorrenti\u201d nella storia dell\u2019uomo. Non entriamo qui naturalmente nella diatriba su \u201cquanto\u201d queste fasi ricorrenti siano state poi effettivamente correlabili nel passato, ma insomma \u00e8 il metro di giudizio che era sostanzialmente uguale, pur cambiando la scala del fenomeno e la ricetta per affrontarlo. Oggi, a nostro parere, non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec. Quello del terzo millennio \u00e8 davvero un nuovo mondo, come quello che Colombo scopr\u00ec oltre 500 anni fa, e noi lo intravediamo appena. Mentre eravamo abituati a conoscere finora una rivoluzione per volta, ci troviamo oggi ad affrontare contemporaneamente un insieme di rivoluzioni in atto e per di pi\u00f9 non solo puramente tecnologiche, ma anche economiche, sociali e culturali di portata mondiale. I mutamenti sociali legati alla nascita e all\u2019affermarsi inevitabile di un\u2019oligarchia del sapere imposta dalla tecnologia delle comunicazioni, tanto per fare un esempio, produrranno ghettizzazioni culturali su scala planetaria che emargineranno di fatto, come gi\u00e0 si intravede, chiunque non sia parte integrante dei processi di creazione e gestione del potere e della new economy. Siamo di fronte ad una rifeudalizzazione in cui si creano nuovi vassalli, e anche, soprattutto, nuovi servi della gleba. Sono processi, quelli della globalizzazione economica e tecnologica, che non sappiamo ancora come controlleremo, con quali regole, mancandoci quegli strumenti di valutazione che l\u2019esperienza storica ci aveva finora messo a disposizione. Non possiamo in sostanza comprendere la portata di ci\u00f2 che avviene; non sappiamo dove andiamo n\u00e9 come dirigerci verso una qualsiasi meta. Sappiamo invece bene gi\u00e0 tutti che la tecnologia da sola non baster\u00e0, in quanto ha in s\u00e9 anche evidenti lati negativi, soprattutto per la maggior parte di coloro che formano la vecchia forza-lavoro massa di marxiana memoria. Che sar\u00e0 di loro? Del loro diritto alla felicit\u00e0? Sapere che l\u2019Italia \u00e8 una repubblica fondata sul lavoro, ha mai reso pi\u00f9 felice chi non ce l\u2019ha? E domani sapremo gestire questi problemi su scala mondiale? Sapremo gestire i sogni dei nostri simili del futuro, le loro aspettative? Altrimenti hanno perduto il loro diritto alla felicit\u00e0 prima ancora di nascere. \u00c8 solo un esempio naturalmente, limitato all\u2019aspetto materiale e non a quello spirituale, altrettanto importante e forse pi\u00f9, ma il problema c\u2019\u00e8, e non crediamo che sar\u00e0 uno dei minori. Sembrano a prima vista situazioni che abbiamo gi\u00e0 incontrato in passato, a cui nonostante tutto in qualche modo si \u00e8 risposto: la differenza \u00e8 che oggi \u00e8 forse un po\u2019 pi\u00f9 difficile rispondere. Cercando di concludere: sar\u00e0 quindi pi\u00f9 facile o pi\u00f9 difficile, in futuro, essere felici? Si riuscir\u00e0 a codificare una serie minima d\u2019elementi condivisi che delimiteranno i contorni giuridici e morali del diritto alla felicit\u00e0?<\/p>\n<p><strong>Crederci, volere, agire<\/strong><\/p>\n<p>Di pari passo all\u2019aumento di una presa di coscienza dei diritti elementari dell\u2019uomo (che non \u00e8 ancora presa di coscienza al diritto alla felicit\u00e0 per tutti gli uomini), l\u2019aumento esponenziale della conoscenza, la prevedibile diffusione delle conquiste della scienza e le sue possibilit\u00e0 di rendere certo pi\u00f9 felici, almeno dal punto di vista materiale, le generazioni che verranno dopo di noi, dovrebbe farci intravedere una conclusione positiva, per quanto lontana, al cammino ascensionale dell\u2019uomo verso questa conquista, teoricamente inevitabile. D\u2019altra parte, se non vi saranno opportuni correttivi, anche psicologici, allo stato crescente di competizione che si instaurer\u00e0, crescer\u00e0 altrettanto esponenzialmente il disagio esistenziale e l\u2019infelicit\u00e0. Le due facce del problema sono a nostro avviso ineliminabili e destinate a coesistere dialetticamente finch\u00e9 vivr\u00e0 l\u2019uomo ma, in fondo, credo che una parte del segreto del successo nel cercare di realizzare queste e passate utopie, allo stato iniziale, sia sempre quello di crederci, di non mollare mai, anche quando il traguardo sembrava e sembra irraggiungibile. L\u2019alternativa \u00e8 fra il credere che qualsiasi cosa l\u2019uomo faccia sia destinato meccanicamente a crescere, anche nella ricerca di una cosa apparentemente impossibile come la felicit\u00e0 attraverso il preliminare riconoscimento del relativo diritto, oppure, come si \u00e8 detto, rinunciare in partenza a combattere perch\u00e9 convinti che non vi sar\u00e0 comunque un futuro. \u00c8 la visione di chi non fa figli per la paura di quel futuro. Nel mezzo stiamo forse noi: cio\u00e8 la volont\u00e0 razionale di costruire una societ\u00e0 migliore. Non perfetta, ma la migliore possibile. Se lo vorremo davvero. Di sicuro, se non sapremo o potremo rivoluzionare completamente il modello logico di relazioni che conosciamo, il rapporto uomo-macchina-ambiente ad esempio crescer\u00e0 in maniera abnorme e distorta fino a costituirsi in problema di sopravvivenza per la stessa specie umana. Ci sarebbe posto allora per la felicit\u00e0 tradizionalmente intesa in un mondo invivibile ambientalmente, psicologicamente alienante, tecnologicamente disumanizzato e dominato dalla materialit\u00e0 pura o al contrario da un neo misticismo figlio della new age solamente? Ci aspetta un futuro cupo sul tipo di quello gi\u00e0 anticipato in tanti film o racconti di fantascienza? Oppure \u201cdovremo essere felici\u201d per legge, solo perch\u00e9 un domani avremo magari alcuni di quei beni materiali che oggi non abbiamo ? Affermare la necessit\u00e0 razionale di un diritto alla felicit\u00e0 insomma far\u00e0 di noi uomini felici? O piuttosto non render\u00e0 ancora pi\u00f9 infelice chi sa che non potr\u00e0 mai raggiungere ci\u00f2 che quel diritto presuppone? Certo abbiamo il dovere di provarci, se non altro per i nostri figli, ma domani ci troveremo forse a rimpiangere quel concetto di vita vissuta armonicamente in pace con s\u00e9 stessi e con il mondo circostante, basi di quella salute dell\u2019anima che abbiamo intravisto abbozzare agli inizi della riflessione umana sulla felicit\u00e0? \u00c8 difficile dirlo oggi e personalmente sono piuttosto scettico: i paradisi sono sempre stati luoghi difficili a raggiungersi. In ogni caso la strada \u00e8 sicuramente lunga, e se vogliamo tentare faremmo bene a cominciare a pensarci seriamente fin da ora. Resta il fatto, oggi come sempre, che assai difficilmente potremo dare risposte a chi ci ponesse delle domande: concepire una ricerca della felicit\u00e0, prima ancora che un diritto alla felicit\u00e0, rimane probabilmente anzitutto una somma di percorsi individuali in cui ognuno traccia la propria via da bravo geometra, utilizzando le risorse interiori di cui dispone per decidere se rinunciare a conquistare quei beni, spirituali o materiali, che ritiene siano le pietre miliari con cui scandire il \u201csuo\u201d viaggio verso \u201cuna\u201d felicit\u00e0 possibile. Ma quello che si pu\u00f2 fare attraverso gli strumenti della politica e del lavoro, dello studio e della scienza, dobbiamo farlo, perch\u00e9 forse questo \u00e8 proprio il motivo per cui siamo qui su questa terra. Fosse vero, sarebbe veramente uno scopo sublime.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La riflessione sulla felicit\u00e0 \u00e8 una componente diremmo strategica, di fondo, della tradizione filosofica occidentale. 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