{"id":2225,"date":"2018-11-14T15:10:33","date_gmt":"2018-11-14T14:10:33","guid":{"rendered":"https:\/\/old.freimaurerei.ch\/?p=2225"},"modified":"2018-11-14T15:10:33","modified_gmt":"2018-11-14T14:10:33","slug":"dal-mito-al-logos","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/old.freimaurerei.ch\/it\/dal-mito-al-logos\/","title":{"rendered":"Dal mito al Logos"},"content":{"rendered":"<p><strong>Da qualche decina di anni ormai stiamo assistendo ad un passaggio da una civilt\u00e0 della scrittura ad una civilt\u00e0 dell\u2019immagine. Gli indizi di un tale cambiamento di paradigma sono abbastanza evidenti: giornali sempre pi\u00f9 ridotti, libri di testo nei quali le immagini e gli schemi sostituiscono la scrittura, giovani che leggono sempre meno\u2026Ci\u00f2 che risulta invece poco evidente sono le possibili conseguenze di un tale cambiamento. In questa Tavola cercheremo di metterle in evidenza ripercorrendo alcuni momenti storici che hanno visto l\u2019affermarsi del passaggio dall\u2019oralit\u00e0 alla scrittura e che ora pare minacciato da diversi fattori.<\/strong><\/p>\n<p>Il filologo inglese del Novecento Eric Alfred Havelock, nella sua opera Cultura orale e civilt\u00e0 della scrittura da Omero a Platone, sottolinea come la cultura greca arcaica era basata prevalentemente sull\u2019oralit\u00e0 ed era notevolmente condizionata dai poemi di Omero e di Esiodo e dai poeti in generale i quali venivano considerati come i modelli del sapere.<\/p>\n<h2>Dall\u2019oralit\u00e0 poetica a quella dialettica<\/h2>\n<p>Queste opere fungevano da vera e propria enciclopedia del sapere dell\u2019epoca. Il lessico, la morfologia e la sintassi di tale cultura erano inscindibilmente collegati con il mito e le relative immagini che esso veicolava. Questi elementi trovavano poi una naturale espressione nella forma della narrazione dove i protagonisti si identificavano con personaggi dei fatti e degli eventi accaduti soprattutto in passato. La trasmissione e l\u2019apprendimento dei testi si fondava sulla memorizzazione dei versi e sulla loro continua ripetizione. L\u2019insegnamento nelle scuole avveniva tramite recitazioni e canti poetici. Le rappresentazioni delle commedie e delle tragedie non avevano solo una funzione ludica ma anche e soprattutto di formazione e informazione. A tale scopo si insisteva sulla necessit\u00e0 di coinvolgere emotivamente lo spettatore portandolo a partecipare e anche ad identificarsi empaticamente con i protagonisti. In questo modo l\u2019assimilazione mnemonica dei contenuti attraverso l\u2019imitazione risultava pi\u00f9 efficace. In seguito, con l\u2019emergere del pensiero filosofico, una nuova forma di oralit\u00e0 comincia a prendere il sopravvento. Mentre quella della Grecia arcaica, come abbiamo visto, si fondava sul mito, sulle immagini particolari, la nuova oralit\u00e0 ha una natura concettuale, dialettica ed astratta. Una tale metamorfosi dell\u2019oralit\u00e0 secondo alcuni autorevoli studiosi come Giovanni Reale sarebbe la causa che ha reso necessaria la diffusione della scrittura. Con Socrate in particolare ci si rende conto che non \u00e8 possibile ancorare i suoi insegnamenti fondati sul dialogo e sulla ricerca delle essenze e dell\u2019universalit\u00e0 dei fenomeni ad immagini singolari, a miti fantasmagorici. Per esempio, alla domanda che cos\u2019\u00e8 la bellezza non si riusciva pi\u00f9 a rispondere con le immagini di una bella ragazza. Dal momento che si poteva associare l\u2019attributo della bellezza anche ad una pianta o ad una cavalla serviva un concetto universale di bellezza che non si poteva trovare nella realt\u00e0 contingente e particolare. Con la dialettica la terminologia e la sintassi mutano completamente struttura. Si passa quindi da una cultura fondata sulle immagini e sulla mimesi ad una cultura che non pensa pi\u00f9 per immagini e miti ma per concetti, che necessita di una rivoluzione della comunicazione che sfocer\u00e0 appunto nella cultura della scrittura. Serve precisare, come sottolinea Reale, che non \u00e8 tanto il modo di pensare che dipenderebbe dalla forma della comunicazione e che esso muterebbe solamente con il mutare di questa. Non \u00e8 quindi l\u2019imporsi della struttura della comunicazione mediante la scrittura che avrebbe mutato completamente il modo di pensare dei Greci. In altri termini non \u00e8 la nascente prosa connessa con la nascita della scrittura che avrebbe creato il modo di pensare per concetti astratti e avrebbe cos\u00ec portato al superamento del modo di pensare per immagini tipico della poesia e della comunicazione nell\u2019ambito dell\u2019oralit\u00e0. In realt\u00e0 \u00e8 proprio l\u2019emergere, nell\u2019ambito dell\u2019oralit\u00e0, di un modo di pensare per concetti e della connessa nuova sintassi che ha reso necessario il nuovo modo di espressione attraverso la scrittura. In sintesi, la rivoluzione \u00e8 fondamentalmente duplice: in primo luogo quella avvenuta all\u2019interno della oralit\u00e0 con il nascere di una nuova terminologia e una nuova sintassi che ha messo in crisi il consueto modo di trasmissione del sapere attraverso immagini e miti. Secondariamente quella causata dall\u2019imporsi della scrittura, che sola si dimostrava in grado di codificare i pensieri ed i concetti astratti.<\/p>\n<h2>Una pericolosa inversione di tendenza<\/h2>\n<p>Siamo ormai testimoni da vari decenni di un\u2019inquietante inversione di tendenza. Il noto linguista Tullio De Mauro aveva gi\u00e0 suonato un campanello d\u2019allarme in tal senso. Pare che in una ricerca della met\u00e0 degli anni Novanta emerse che i giovani ginnasiali possedevano un vocabolario ridotto praticamente alla met\u00e0 di quello evidenziato in una medesima ricerca dai loro coetanei della met\u00e0 degli anni settanta. Negli ultimi vent\u2019anni credo che la situazione non sia certo migliorata. Ho anzi l\u2019impressione che sia peggiorata ulteriormente. Le cause di un tale declino sono diverse. In primo luogo, il diffondersi delle nuove tecnologie, in particolare l\u2019uso dei telefonini. Il fatto che ormai i giovani, ma non solo loro, leggono sempre meno. Molti pensano che un vocabolario ricco e variato sia un lusso inutile, un\u2019abitudine da intellettuali che desiderano mettersi in mostra con un linguaggio aulico e ricercato. Parlassimo come mangiamo faremmo meno fatica a capirci e ad esprimerci. Ma il problema \u00e8 ben altro. Un insegnante della periferia parigina, citato da \u00abLe Monde\u00bb dopo gli eventi di Charlie, ha detto: \u00abAbbiamo nella nostra media inferiore un contingente di scolari che lotta con 500 parole. Su di loro, tutto scivola via. Sono incapaci di astrazione e si costruiscono un mondo semplice e manicheo\u00bb. Comunque, per perorare la causa lessicale non c\u2019\u00e8 bisogno di scomodare la paura del fondamentalismo. \u00c8 sufficiente rendersi conto, come ha dimostrato una ricerca di Benedetto Vertecchi, che un bagaglio lessicale consistente offre un modo vantaggioso ed economico di esprimersi, risparmiando sulle inevitabili e costose perifrasi cui deve dedicarsi chi un buon lessico non ha. Roberto Casati, in un articolo di qualche anno fa illustra bene il problema: \u00abFrullare\u00bb \u00e8 una parola, \u00abridurre in poltiglia\u00bb ne contiene tre; e se non sai cos\u2019\u00e8 la poltiglia? D. B.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Havelock E. A., Cultura orale e civilt\u00e0 della scrittura da Omero a Platone, Roma-Bari, Laterza, 1995.<br \/>\nReale Giovanni, Platone. Alla ricerca della sapienza segreta, Milano, BUR, 2004.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da qualche decina di anni ormai stiamo assistendo ad un passaggio da una civilt\u00e0 della scrittura ad una civilt\u00e0 dell\u2019immagine. 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